venerdì 30 dicembre 2016

Propositi

Propositi per quest'anno: non pervenuti.


♫ CCCP Fedeli alla Linea: Io sto Bene

domenica 11 dicembre 2016

Dicembre

Bilancio dell'anno, come ogni dicembre:
Io di quest'anno non ho capito niente. 
Il che mi preoccupa. 
Perchè se è vero che il tempo è un buon Maestro, è anche probabile che ami ripetere le lezioni.
 
 

sabato 10 dicembre 2016

Articolo de "La Provincia" di Cremona

"Storie Un vampiro a Sabbioni:  Niente paura, è solo un libro.
Protagonista è il contadino Pedar, novello Dracula tra i canali della bonifica e i boschi.
È nato dalla penna di Chiara Negrini, originaria di Bozzolo ma cresciuta a San Matteo.
di NICOLA BARILI

VIADANA (SAN MATTEO) Un vampiro s’aggira tra San Matteo e Sabbioni, protagonista di storie soprannaturali tra i canali di bonifica e le cascine abbandonate: il suo nome è Pedar, scaturito dalla penna di Chiara Negrini, illustratrice e scrittrice, originaria di Bozzolo ma cresciuta con la famiglia a San Matteo. Dalla sua fantasia è nato il libro ‘I vampiri della Bassa’ che, dopo una prima edizione su carta ora è stato pubblicato in digitale ed è disponibile sui più importanti store di vendita.
«Nove anni fa mi sono trasferita sulle colline del Piacentino per amore, ma il legame con la bassa viadanese non è mai venuto meno», racconta la Negrini, che torna spesso dalla madre a San Matteo. «Un giorno un editore mi ha detto che in letteratura ormai esistevano vampiri di tutti i tipi ed età, ne mancava solo uno che guida il trattore e coltiva meloni. Ecco quindi l’idea di dare vita a Pedar, agricoltore di Sabbioni che viene morso da un cane vampiro e si trasforma in un essere soprannaturale. La figura è ispirata a una persona reale che ho conosciuto: un volontario dell’Acli di Sabbioni che raccontava storie fantasiose e incredibili».
Il libro, che ha vinto il Premio Nazionale Cittadella, è composto da cinque racconti con il vampiro Pedar sempre protagonista, scritti in dialetto mantovano con traduzione in italiano. Storie che pescano nei genere horror e fantastico, ma con un tocco d’ironia perché la Negrini ama molto anche la scrittura di Giovanni Guareschi."

Per saperne di più...
Il libro è disponibile a questo link

martedì 6 dicembre 2016

RiconoscerSì

Ciò che non si possiede non può essere riconosciuto.
Non negli altri, non nella realtà.


♫ The Smashing Pumpkins: Sweet Sweet

martedì 1 novembre 2016

La Personale Responsabilità di Essere Felice

Non puoi rendere felice qualcuno, nè aspettarti che qualcuno ti renda felice.
La felicità è un lavoro strettamente personale.


♫ Bjork: One Day

martedì 25 ottobre 2016

Sulla Stanchezza

-Ho la sensazione che ciò che esiste si stia ritraendo da me e mi incalzi, invece, sempre più da presso ciò che non esiste. Forse sarebbe mio dovere dar battaglia ancora per qualche tempo in questo Paese che non è più un paese, ma non ce la faccio più e neanche ne ho voglia: chi una volta ha "visto con i suoi occhi la Bellezza" e sa quanto è brutto il Brutto, diventa vigliacco.-

(Alexander Lernet-Holenia "Il conte di Saint-Germain")

domenica 16 ottobre 2016

sabato 15 ottobre 2016

Alia Evo 2.0

"Danza Macabra" piace.
Non me lo aspettavo, quando ho deciso di dare il mio racconto a Massimo Citi per Alia Evo 2.0.
E' un racconto crudele, sotto certi aspetti, e parla di quando i fantasmi del passato ritornano in vita perchè tu non hai mai avuto la forza di affrontarli. E' uno scheletro che decide di averne abbastanza di stare chiuso in un armadio, ed esce, prende vita. Infesta la vita del protagonista, affligge ogni suo movimento.
E' anche un racconto difficile. Mi ci sono voluti due anni per scriverlo, l'ho fatto mentre lavoravo a "I Vampiri della Bassa", e così diverso dallo scanzonato e ruspante Pedar.
Ho usato il linguaggio dei simboli per questa storia, retaggio dei miei studi universitari di psicologia dell'arte. Ho attinto a una vecchia favola Inuit, l'ho incastrata nella nostra epoca, nelle nostre storie. Nelle coordinate storiche del presente e in quelle spaziali tra Italia e Giappone.
E' stato difficile da scrivere, penso lo sia anche da leggere. Ma evidentemente è riuscito, se c'è gente che mi ha chiesto se avessi mai vissuto io stessa la vicenda personale del protagonista.
E la risposta è no.
Per tutte queste ragioni non mi sarei aspettata un'accoglienza così favorevole, invece mi sono sbagliata.


Comunque...

Alia Evo 2.0, già presente sul mercato in versione digitale, esce anche in versione cartacea per Buckfast Edizioni. Per chi ama la consistenza della carta, il rumore delle pagine, il profumo dei libri.
Un'antologia che raccoglie nomi importanti del Fantastico italiano, e mi rende molto orgogliosa trovare il mio nome in mezzo a questi.
Cedo volentieri la parola a Consolata Lanza, un'autrice che considero una tra le migliori che abbiamo in Italia, per descrivere meglio di quanto potrei fare io questa nuova uscita editoriale.
Buona lettura.

venerdì 14 ottobre 2016

Cose Zen

-Un discepolo molto erudito, una mattina a colazione, chiese al maestro: "Non è vero che il processo dialettico che definisce la vita in superficie è in sè stesso una falsità? Non è vero che l'apparente molteplicità, anche se inizia con l'illusione, è assolutamente necessaria per definire ciò che non è illusorio a sè stesso? Quello che non è illusorio ha bisogno dell'illusorio?".
Attorno al tavolo tutti aspettavano con anticipazione che il maestro esponesse la Verità.
Il maestro rispose: "La tua omelette sta diventando fredda".-



Dovrebbe essere tratta da "100 Storie Zen", ma non lo ricordo con esattezza. L'ho trovata stamattina, sbucata per caso tra vecchi appunti di cose lette qualche anno fa.
Come una runa o una carta dei tarocchi, la mia Sincronicità del giorno.

giovedì 13 ottobre 2016

Dell'Uscire allo Scoperto

Sono stanca. Abbastanza sfinita da un attacco reumatico avuto ormai 15 giorni fa, ma piuttosto tenace dato che ha imperversato per una settimana abbondante.
Per fortuna è passata. Il cortisone aiuta. Ti gonfia di 2 kg nell'arco di sette giorni ma almeno l'infiammazione non ti devasta.

Stamattina, nello scrivere a un'amica, riflettevo sul fatto che la morte di Anna Marchesini è servita perlomeno a far parlare di questa malattia, l'artrite reumatoide, a darle una copertura mediatica strettamente necessaria.
Perchè dico questo?
Perchè prima di quella data, noi malate (la percentuale di donne malate è maggiore di quella degli uomini) ci sentivamo tutte delle pazze a parlare di quanto si stia male. Non tanto per quanto riguardava la nostre parole, quanto piuttosto per come venivano accolte.
Indifferenza, parole di circostanza nel migliore dei casi. Spesso incredulità, sia per quanto riguardava i sintomi della malattia stessa che per quanto riguardava gli effetti collaterali dei farmaci.
"Eh, dici che ingrassi... ma vedo che mangi", mi dissero una volta mentre ero sotto cortisone da otto giorni.
Pochi, pochissimi capivano e tutti noi malati abbiamo vissuto questo lungo silenzio nei confronti di questa malattia, ignorata, di serieB,  come una forma di isolamento.
L'isolamnento lo si vive non soltanto quando si è rinchiusi tra quattro mura. Ci sono mura ben più alte e solide, che sono quelle dell'ignoranza.

Ora ci viene detto di "uscire allo scoperto" dai giornali che ci dedicano articoli e ci chiedono interviste. Ci viene detto di "uscire allo scoperto", il che mi fa anche ridere perchè mi ricorda  l'appello di Lestat de Lioncourt.
Noi, Signori Giornali, siamo SEMPRE stati allo scoperto.
Le reumatologie, perfino quelle pediatriche, non si sono mai nascoste. Molti di noi malati, molti dei nostri reumatologi sono sempre stati in prima linea, a tentare di fare divulgazione, consapevoli che si trattasse della Fatica di Sisifo.

Quindi no, non date la colpa a noi. 
Il problema è che fino a quella data, il 30 luglio di questa estate, nessuno ci ascoltava.


Immagine: "She left the Door open" by h.koppdelane

giovedì 22 settembre 2016

Automne

"L'automne est un deuxième printemps où chaque feuille est une fleur"
(L'autunno è una seconda primavera, dove ogni foglia è un fiore)
-Albert Camus-


♫ The Cure: Push

lunedì 19 settembre 2016

La Danza della Fata Confetto e il Sonno di un Inverno Anticipato

E' la vigilia di natale, nevica come non si vede più da anni.
Ti affacci alla finestra e guardi il panorama e le lanterne che colorano la neve sul far della sera, le bambole ballerine e lo schiaccianoci sulle note della danza della fata confetto di Tchaikovsky. 
Attraversi chissà come i ricami di ghiaccio del vetro e sei là fuori. Una voce parla alle tue spalle, insiste, ma non ti interessa. Non capisci nemmeno cosa dice. Ti vuoi godere la danza, perchè non balli ma ci sei proprio in mezzo e nessuno ti vede ma ti diverti un mondo.
C'è ormai un manto di neve a terra. Una coperta spessa e soffice e il paesaggio è un quadro fiammingo. Ed ecco, sollevi quella trapunta di neve e ti ci infili sotto. 
-Ma cosa stai facendo?
-Ma mi ascolti?
-Ma hai sentito/hai letto/hai visto?
-Ma lo sai?
-Ma devi fare ancora questo, e quello, e quell'altro.
-Ma sarebbe meglio che...
-Devi, devi, devi...
No.
Non devi niente. 
Non sai niente.
Non te ne frega di niente e vuoi solo dormire.
Hai sonno. Gli occhi ti si chiudono anche se tutti parlano, gridano, ridono, la neve è calda e morbida come un piumone e la terra è il materasso, ti stai già addormentando e mentre il balletto prosegue e le luci continuano a sfarfallare e la neve a cadere, e la voce è un caleidoscopio e si moltiplica e insiste sempre di più ma sempre più lontana, sempre più lontana...
Ormai tu dormi.
E stai bene così.

E' il tuo sonno, è il tuo inverno in anticipo. E' la tua neve che ti copre ed è la tua terra che ti dà riposo. 
Poi arriverà la primavera. 
Perchè è normale che sia così. Perchè la vita ha il ritmo naturale del respiro, del sonno e della veglia.
E ci sono momenti in cui non puoi fare altro che chiudere gli occhi.
Buonanotte Mondo. Ci vediamo al disgelo.


♫ Goldfrapp: Utopia

martedì 9 agosto 2016

Sulla Solitudine

«La padronanza esige solitudine. Può esserci un periodo, durante i primi anni dell’apprendimento, nel quale si sta molto con gli altri, ma via via che il lavoro assume il suo vero significato, l’artista chiude la porta alla società ed entra nel santuario del suo studio, o dei suoi studi, ad ascoltarvi i comandi dell’anima e a lottare con la grande opera.
Rainer Maria Rilke descrive questo molto bene in una lettera a Clara (moglie) del 1903:
“Ciascuno di noi deve trovare nel suo lavoro il nucleo centrale della propria vita e da lì riuscire a espandersi in ogni direzione il più possibile. E durante questo, nessun’altra persona dovrebbe guardarlo…nemmeno lui stesso.”

[…] Una delle più comuni lamentele che vengono portate nello studio dell’analista è quella della solitudine. Come se essere soli fosse o una punizione o un delitto. E abbiamo escogitato innumerevoli modi per evitare di essere soli, di stare in solitudine. […] Invece la padronanza esige solitudine. […] Come dice James Hillman: “Quando in sentimenti di solitudine vengono considerati archetipici, diventano necessari; non sono più segno di peccato, di terrore, di male. L’incomprensibile autonomia del sentimento può essere accettata e la solitudine può essere liberata dall’identificazione con l’isolamento letterale.”

Senza solitudine, come avrebbe potuto, Schubert, scrivere i suoi 600 Lieder, per non parlare delle sinfonie, i trio, i quartetti, le sonate e le opere? Come avrebbe potuto, Edvard Munch, dipingere 1.100 quadri e realizzare 18.000 opere grafiche? Come avrebbe potuto Picasso creare quell’enorme numero di disegni, incisioni, sculture, libri, collages e dipinti che riempiono le pareti di così tante gallerie d’arte in così tanti paesi? Come avrebbe potuto Gustav Mahler comporre dieci sinfonie mentre era direttore a tempo pieno dell’Opera di Stato di Vienna? Come avrebbe potuto Rodin creare quell’ “esercito di opere” che riempivano gli atelier di Meudon e i giardini e le stanze dell’Hotel Biron?


Se vogliamo davvero padroneggiare un po’ la materia, dobbiamo passare delle ore, dei giorni, dei mesi, soli con essa. Questa non è una “incapacità schizoide a mettersi in relazione”, non è una patologia che dobbiamo analizzare, ma un momento raro e prezioso della nostra umanità, un momento in cui la nostra vita dell’anima tocca l’anima del mondo, e possiamo prendere parte, se siamo fortunati, alla “grande natura creatrice”.
[…] Non è che l’esperienza della solitudine escluda l’esperienza della comunità, di far parte del mondo. In molti casi può perfino rafforzare l’impegno comunitario e rendere più profondo il senso di appartenenza. Ma come prerequisito della maestria, la solitudine chiede il nostro rispetto.
E non è indispensabile che l’artista viva senza compagnia. Semplicemente, la solitudine deve far parte integrante della sua vita, e se qualcuno condivide quella vita, allora la solitudine di ciascuno deve essere rispettata. Scrive Rilke:
“Credo che sia questo il compito maggiore di un legame fra due persone: che ciascuno sia a guardia della solitudine dell’altro. Perché, se è nella natura dell’indifferenza e della folla non apprezzare la solitudine, l’amore e l’amicizia ci sono proprio allo scopo di offrire continuamente la possibilità di solitudine. E sono vere condivisioni soltanto quelle che interrompono periodicamente periodi di profondo isolamento…”»

(Articolo originale qui)

venerdì 5 agosto 2016

Nascondersi dal Sole rende Ciechi

"Non faccio alcuna differenza tra un libro e una persona, un tramonto, un quadro. Tutto ciò che amo lo amo di un unico amore."
Marina Ivanova Cvetaeva, Il Paese dell'anima. Lettere (1909-1925)


♫ Luca Urbani: Chissà Mai

mercoledì 3 agosto 2016

In Riva al Fiume

«Fra l'una e le tre dei pomeriggi d'agosto, il caldo, nei paesi affogati dentro la melica e la canapa, è una roba che si vede e si tocca. Quasi uno avesse davanti alla faccia, a una spanna dal naso, un gran velo ondeggiante di vetro bollente.
Passi un ponte e guardi giù, dentro il canale, e il fondo è secco e tutto screpolato e qua e là si vede un pesce morto. Quando dalla strada sull'argine guardi dentro un cimitero ti pare di sentir crepitare sotto il sol battente gli ossi dei morti.
Sulla provinciale naviga lentamente qualche biroccio a ruota alta pieno di sabbia e il carrettiere dorme bocconi in cima al carico, con la pancia al fresco e la schiena rovente, o, seduto sulla stanga, pesca con una roncoletta dentro una mezza anguria che tiene in grembo come una catinella.
Poi arrivati all'argine grande ecco il fiume vasto, deserto, immobile e silenzioso, e più che un fiume pare il cimitero delle acque morte.
Don Camillo camminava verso l'argine grande, con un gran fazzoletto bianco tra il cranio e il cappello, ed era l'una e mezzo di un pomeriggio d'agosto e a guardarlo così solo in mezzo alla strada bianca, sotto il sole, non si poteva immaginare niente di più nero e di più prete.»

Giovannino Guareschi: "Mondo piccolo. Don Camillo", "In riva al fiume"


sabato 30 luglio 2016

Ciao Anna...

“Sono così appiccicata alla vita che mi interessa anche la morte”.
Nel mare magnum della rete, questo saluto non è altro che una goccia.
Ma non importa.
E' il mio addio a una donna con la quale ho condiviso una fetta di vita e di malattia.

Concludo con le parole di Stella Rosi, presidente della sezione marchigiana A.Ma.R. (Associazione Malati Reumatici), nonchè amica di vecchia data. Io non ho il suo dono della sintesi:
"È morta Anna Marchesini, solo adesso, con enorme stupore alcuni iniziano a "capire" cosa sia l'artrite reumatoide. Ancora troppi pochi e ancora tropo poco. Di A.R. non si muore ma delle complicanze che porta sì".

Ciao Anna.


venerdì 29 luglio 2016

Di Prospettive e di Illusioni

A volte ci si trova costretti, per circostanze di vita, a vedere soltanto uno dei possibili disegni che si potrebbero abbracciare spostandosi solo di qualche passo.
Quanti punti di vista stretti, rigidi, immobili, si adottano? A quanti disegni finti (o finiti) si crede, senza riuscire a contestualizzare ogni dimensione di spazio e di tempo? Senza capire l'infinito delle cose? La possibilità?
E' una questione di prospettiva. E la prospettiva la si cambia muovendosi.
Molto di ciò che crediamo di vedere dipende dal restare fermi troppo a lungo nelle stesse coordinate dell'Anima.


♫ Radiohead: Glass Eyes

mercoledì 20 luglio 2016

Sul sonno della Ragione e di altri illustri Dormienti

Il sonno della ragione genera mostri.
Ma pure il sonno del buon gusto, dell'empatia e del capire quando è ora di parlare o di tenere il silenzio non scherzano in quanto a figliolanza degenere.


♫ Dead can Dance: Nierika

mercoledì 13 luglio 2016

Filosofia in bottiglia

"C'è più filosofia in un pistòn ad lambrusc che in tutti i libri del mondo."
Memedesima feat. Ernest Hemingway.


 ♫ Jamiroquai: Love Phoolosophy

In silence

Sa apprezzare il silenzio solo chi ha donato e ricevuto troppe parole.


 ♫ Radiohead: All I Need

lunedì 11 luglio 2016

Ecosistemi

Ogni persona è un mondo. Siamo ecosistemi dal delicato equilibrio ecologico. 
Se tutti ne fossimo consapevoli si potrebbe evitare di deforestare, inquinare, avvelenare gli altri. 
Inaridire è pericoloso e contagioso.
Non dovrebbe stupire che in giro esistano così tanti deserti, così tante pietraie.


 ♫ Diamanda Galas: Interlude

sabato 9 luglio 2016

I Libri dell'Estate, Varie ed Eventuali

Letture all'ombra delle rotoballe.
(Roba da Bassa Mantovana, rassegnatevi)

-Mark Twain: Le avventure di Huckleberry Finn
-CG Jung: Ricordi, Sogni, Riflessioni
-CG Jung: Il Libro Rosso
-Rainer Maria Rilke: Lettere a un giovane Poeta
-Richard Bach: Il Gabbiano Jonathan Livingston
-Giovannino Guareschi: "Tutto Don Camillo" (rilettura della rilettura)
-Jennifer Worth: Chiamate la Levatrice
-Vilhelm Gronbech: Miti e leggende del Nord

*Leggo a seconda di dove tira il vento. Una sera Jung e una Guareschi.
*Grombech è stato una piacevolissima scoperta.
*Sto disertando i social. Troppo rumore assorda.
*Mark Twain è lo zio americano di Guareschi, ne sono sicura!
*Grazie a chi mi ha consigliato Richard Bach.
*Ho riprovato a leggere 50 sfumature di grigio. Un personaggio come Christian Grey meriterebbe una controparte femminile che lo mandasse affanculo con un rutto, lui e le sue ostriche, per andarsene con Franchino di Fantozzi.


Buona estate.


♫ David Bowie: Never Let me Down

lunedì 4 luglio 2016

Delle Correnti, Artistiche e Ascensionali

A volte un incontro ravvicinato con certe realtà ti ribalta la prospettiva brunelleschiana. La Città Ideale finisce lì. Ti ritrovi in un Jackson Pollock, in un Jean Dubuffet quando ti va bene, se sei in una fase più onirica si va su Dalì. Se le cose invece si fanno difficili è Picasso. Guernica. Meno peggio se sono le "signorine" di Avignon, che al massimo ti guardano con un occhio a cristo e uno a san giuseppe ma non sono pericolose.
Io, qui ed ora, René Magritte. Mi piaceva da bambina una sua opera: La Voce del Vento. Per quegli oggetti massicci e gravi e per la levità con la quale si trovano sopesi nel loro cielo e la Possibilità intrisa in questo sollevarsi contro ogni legge della fisica.
Sia benedetto questo cielo di Luglio, con tutte le Opportunità e le Promesse che contiene.

 ♫ M83: We Own The Sky

venerdì 24 giugno 2016

Luttuosità

Il mese scorso, dopo una caduta nel vuoto da un precipizio di circa 1/2 cm, la mia bellissima, amata tisaniera di vetro è morta suicida.
Profondamente scossa dall'avvenimento, riesco solo ora a darne il triste annuncio.
Riposa nel paradiso delle tisaniere di vetro borosilicato.
La tua erede dell'ikea, più vichinga, più resistente, vivrà certamente più a lungo, ma non sarà mai bella quanto te.
Adddio mia cara. Nessuna ti sostituirà nel mio cuore. T___T

♫ The Cure: The Funeral Party

mercoledì 22 giugno 2016

Endorfine, Dieta e Horatio Hornblower

55 kg. Ho perso 7 kg dallo scorso novembre e ho il diritto umanitario di comprarmi qualcosa di carino. E contestualizzando la situazione nel "mio" concetto di "carino": giacca militare ottocentesca che appena indossata si è materializzato Horatio Hornblower capitano e mi ha consegnato la sua nave, ammutinandosi di sua spontanea volontà.
"Hai fatto benissimo, le tue endorfine volevano quella giacca" mi ha detto "la Paola", colta e saggia dispensatrice di consigli e dissipatrice di sensi di colpa (soprattutto). 
Ecco, le mie endorfine ringraziano. E pure io, a dire il vero.
E il senso di colpa? Lo affoghiamo. :)

♫ PituraFreska: Murassi

domenica 12 giugno 2016

Io e la lingua giapponese

私と日本語, ovvero Io e la lingua giapponese.
Non sono certa che si scriva così, nè se sia corretto scriverlo in questo modo, perchè non conosco ancora a sufficienza la grammatica giapponese per poter essere sicura di quello che scrivo.
Ho iniziato a studiare da un po'. Poi ho dovuto interrompere a causa del mio quinto intervento chirurgico e relativa convalescenza, più altri problemi sopraggiunti la scorsa primavera.
Facendo i conti, non ho studiato che pochi mesi tra un'interruzione e l'altra e ora sono in dirittura d'arrivo per quanto riguarda l'ひらがな, il primo dei due sillabari da memorizzare. Ho iniziato a familiarizzare con i fondamenti della grammatica e con i primi kanji.


Ho desiderato studiare la lingua giapponese fin dai tempi dell'università. Ho dovuto rimandare per tutta una serie di ragioni, fino a quando mi sono stancata di procrasrtinare e ho deciso di affrontare l'argomento. Il Giappone e la sua cultura mi affascinano fin dall'infanzia.
Ricordo che continuavo a ripetere un kanji che avevo visto da qualche parte, tra i titoli di coda di qualcuno dei "cartoni animati", come si chiamavano all'epoca, che guardavo. Non ne conoscevo il significato, ma mi piaceva la forma, il potenziale racchiuso nel simbolo. Ho scoperto recentemente che si trattava del kanji "火", "fuoco". Attendo di scoprire, mentre procedo nel mio percorso di studio, quali altri significati avrà.

♫ Anna Tsuchiya inspì Nana/Black Stones: 黒い涙

mercoledì 8 giugno 2016

La Teoria dei Cucchiai

Girovagando in rete alla ricerca di siti di informazione, mi sono imbattuta in questo blog. Riporta, tra le tante inofrmazioni utili a pazienti affetti di artrite reumatoide, la Teoria dei Cucchiai.
Spiegare come si vive con una malattia cronica è sempre difficile, io per prima vivo questo gap tra me e gli altri con molta difficoltà.
La blogger Christine Miserandino vi è riuscita con questa metafora, da lei inventata e raccontata. Christine è affetta da Lupus, ma si tratta di qualcosa di utile per spiegare anche come si vive con altre malattie di questo tipo. Come la mia: l'artrite reumatoide.
Buona lettura.


La Teoria dei Cucchiai, di Christine Miserandino
Ero in un diner con la mia migliore amica e stavamo facendo due chiacchiere.
Come al solito, eravamo in estremo ritardo e stavamo mangiando le nostre patatine fritte con salsa.
Come tutte le ragazze della nostra età, passavamo un sacco di tempo nei diner ai tempi dell’università, per lo più a parlare di ragazzi, musica o cose insignificanti, ma che al momento ci sembravano molto importanti.
Non parlavamo mai di cose serie e passavamo la maggior pare del nostro tempo a ridere e scherzare.
Ma non appena ho preso le mie medicine insieme al mio spuntino, come facevo di solito, la mia amica ha iniziato a fissarmi con una specie di sguardo imbarazzante invece di continuare a parlare.
Poi, dal nulla, mi ha chiesto come ci si sentiva ad avere il Lupus e ad essere malata.
Sono rimasta scioccata, non solo perché la domanda era del tutto nuova, ma anche perché ero convinta che sapesse tutto quello che c’era da sapere sul Lupus.
Mi aveva accompagnato dai dottori, mi aveva vista camminare con un bastone, e vomitare nel bagno.
Mi aveva vista piangere dal dolore, cos’altro c’era da sapere?
Ho iniziato a divagare parlando di medicine, dolori e fastidi, ma lei continuava ad incalzare e non sembrava soddisfatta delle mie risposte.
Ero un pochino sorpresa, perché, essendo mia compagna di stanza all’università e amica da tanti anni, pensavo conoscesse già la definizione medica di Lupus.
Poi mi ha guardata con quella faccia che le persone malate conoscono bene, la faccia della pura curiosità verso qualcosa che nessuna persona sana riesce davvero a comprendere.
Mi ha chiesto come ci si sentisse, non fisicamente, ma come ci si sentisse ad essere me, ad essere malata.
Mentre cercavo di ricompormi, guardavo intorno al tavolo per cercare un aiuto o un suggerimento, o almeno il tempo di pensare. Stavo cercando le parole giuste. Che risposta dare agli altri se non ne avevo per me? Come spiegare in dettaglio come ci si sente tutti i giorni e le emozioni che una persona malata vive ogni giorno con chiarezza?
Avrei potuto lasciar perdere, uscirmene con una battuta, come faccio di solito, e cambiare argomento, ma continuavo a pensare: se non provo a spiegarglielo, come posso pretendere che mi capisca? Se non riesco a spiegarlo alla mia più cara amica, come potrei pensare di spiegare il mio mondo agli altri?
Dovevo, perlomeno, fare un tentativo.
É stato allora che è nata la teoria dei cucchiai. Ho preso velocemente tutti i cucchiai dal tavolo; accidenti, ho preso i cucchiai anche dagli altri tavoli! L’ho guardata negli occhi e le ho detto: “Ecco, adesso hai il Lupus”. Mi ha guardata un po’ confusa, come farebbe chiunque riceva un mazzo di cucchiai.
I cucchiai di metallo freddo sferragliavano nelle mie mani non appena li ho raggruppati e spinti nelle sue mani.
Le ho spiegato che la differenza tra essere malati e essere sani sta nel fare delle scelte o pensare coscientemente a cose che il resto del mondo può tranquillamente ignorare. La persona sana si può permettere il lusso di una vita senza scelte, un dono che molte persone danno per scontato.
La maggior parte delle persone inizia la giornata con un numero illimitato di possibilità e l’energia necessaria per fare qualunque cosa desiderino fare, soprattutto se giovani. Per lo più, non devono preoccuparsi degli effetti delle loro azioni. Dunque, per spiegarlo ho usato appunto i cucchiai. Volevo qualcosa che lei potesse realmente afferrare, e che io potessi poi sottrarle, dato che la maggior parte delle persone che si ammalano sentono come una “perdita” della vita che conoscevano prima. Se fossi riuscita ad avere il controllo sulla sottrazione dei cucchiai, allora lei avrebbe capito come ci si sente quando qualcuno o qualcos’altro, in questo caso il Lupus, ha il controllo su di te.
Lei ha afferrato i cucchiai con entusiasmo. Non capiva quello che stavo facendo, ma era sempre pronta per il divertimento, quindi credo pensasse che stessi scherzando, come faccio di solito quando si parla di argomenti delicati.
Era ben lontana dall’immaginare quanto seria sarei diventata.
Le ho chiesto di contare i cucchiai. Mi ha chiesto perché e le ho spigato che quando sei sano, di solito, hai a disposizione un’infinita fornitura di cucchiai. Ma quando devi pianificare le tue giornate, hai bisogno di sapere esattamente con quanti “cucchiai” stai iniziando la tua giornata.
Ciò non vuol dire che tu non possa perderne qualcuno per strada, ma almeno ti aiuta a capire con quanti cucchiai inizi la giornata. La mia amica ha contato 12 cucchiai. Ha riso e ha detto che ne voleva di più. Le ho detto di no, e ho capito che quel giochetto stava già funzionando, quando mi ha guardata contrariata e non avevamo ancora iniziato. Ho desiderato per anni avere più cucchiai a disposizione e non ho ancora capito come fare, perché lei avrebbe dovuto averli? Le ho anche spiegato che doveva sempre sapere esattamente quanti cucchiai aveva, e di non lasciarli cadere perché non puoi mai dimenticare di avere il Lupus.
Le ho chiesto di elencare i compiti della sua giornata, compresi i più semplici. Mentre snocciolava faccende quotidiane o semplicemente cose divertenti da fare, le spiegavo come ciascuna di queste attività le sarebbe costata un cucchiaio. Quando si è buttata direttamente sul prepararsi per andare a lavoro l’ho stoppata e le ho preso un cucchiaio. Le sono praticamente saltata alla gola e le ho detto: “No, non ti alzi di punto in bianco. Devi prima aprire gli occhi e renderti conto di essere in ritardo. Non hai dormito bene quella notte. Devi strisciare fuori dal letto e poi devi prepararti qualcosa da mangiare prima di poter fare qualsiasi altra cosa, perché se non lo fai non puoi prendere le tue medicine e se non lo fai allora tanto vale che lasci tutti i tuoi cucchiai per oggi e anche domani”.
Le ho tolto via un cucchiaio velocemente e lei si è resa conto di non essersi ancora vestita. Fare la doccia le è costato un altro cucchiaio, solo per lavarsi i capelli e depilarsi le gambe.
Strapazzarsi così presto la mattina potrebbe effettivamente costare più di un cucchiaio, ma ho pensato di volerle dare una pausa; non volevo spaventarla subito. Vestirsi valeva un altro cucchiaio. La stoppavo e guastavo ogni compito per mostrarle come ogni piccolo dettaglio deve essere pensato. Non puoi semplicemente buttarti i vestiti addosso quando sei malata. Le ho spiegato che devo vedere quali vestiti posso fisicamente mettere su, se mi fanno male le mani quel giorno i bottoni sono fuori discussione. Se ho dei lividi quel giorno, devo indossare maniche lunghe, e se ho la febbre ho bisogno di un maglione per stare al caldo, e così via.
Se i miei capelli stanno cadendo ho bisogno di dedicargli più tempo per sembrare presentabile, e quindi altri 5 minuti se ne vanno per sentirti male pensando che ci hai messo 2 ore per fare tutto questo.
Penso che stesse iniziando a capire quando teoricamente non era ancora andata a lavoro, e aveva già dovuto lasciare 6 cucchiai.
Le ho poi spiegato che aveva bisogno di scegliere il resto della sua giornata con saggezza, perché quando i tuoi “cucchiai” sono andati, sono andati.
A volte si può prendere in prestito dei “cucchiai” del giorno seguente, ma bisogna pensare a come quel giorno seguente potrebbe essere difficile con meno “cucchiai”.
Le ho anche dovuto spiegare che una persona che è malata vive sempre con l’incombente pensiero che domani potrebbe essere il giorno in cui arriva un raffreddore o un’infezione, o un qualsiasi numero di cose che potrebbero essere molto pericolose. Quindi non vuoi rimanere con pochi “cucchiai”, perché non sai mai quando ne hai veramente bisogno.
Non volevo deprimerla, ma dovevo essere realista, e purtroppo essere preparati al peggio è parte di un ogni giorno reale per me.
Siamo andate avanti con per il resto della giornata, e lei ha lentamente imparato che saltare il pranzo le sarebbe costato un cucchiaio, così come stare in piedi su un treno, o anche lavorare al computer troppo a lungo. È stata costretta a fare delle scelte e a pensare le cose in modo diverso. Ipoteticamente, ha dovuto scegliere di non fare la spesa, per poter cenare quella sera.
Quando siamo arrivate alla fine della sua finta giornata, mi ha detto che aveva fame. Ho sintetizzato dicendo che doveva cenare, ma le era rimasto un solo cucchiaio. Se avesse cucinato, non avrebbe avuto abbastanza energia per pulire le pentole. Se fosse andata a cena fuori, probabilmente sarebbe stata troppo stanca per guidare a casa in sicurezza e le ho anche spiegato che alla fine si sarebbe sentita comunque nauseata, dunque cucinare sarebbe stato comunque fuori discussione. Così ha deciso di farsi una zuppa, è stato facile. Ho poi detto che erano solo 7:00, e aveva dunque il resto della serata ancora, ma probabilmente sarebbe rimasta con un cucchiaio, quindi poteva fare qualcosa di divertente, oppure pulire il suo appartamento, o fare le faccende, ma non poteva fare tutto.
Raramente la vedo emotivamente coinvolta, così quando ho visto la sua espressione turbata ho capito che forse stavo esagerando. Non volevo sconvolgerla, ma allo stesso tempo ero felice di pensare finalmente che forse qualcuno riusciva a capirmi un pochino. Aveva le lacrime agli occhi e mi ha chiesto a bassa voce “Christine, ma come fai? Come fai a vivere davvero così tutti i giorni?” e io le ho spiegato che alcuni giorni erano peggiori di altri; alcuni giorni ho più cucchiai del solito. Ma non posso mandare via la malattia, e non posso dimenticarmene, devo sempre pensarci. Le ho allungato un cucchiaio che avevo tenuto di riserva. E le ho detto semplicemente, “Ho imparato a vivere la vita con un cucchiaio in più in tasca, di riserva. Bisogna sempre essere sempre preparati”.
E’ difficile, la cosa più difficile che abbia mai dovuto imparare a fare è rallentare, e non fare tutto. Questa è stata la mia battaglia fino ad oggi. Odio sentirmi lasciata fuori, dover scegliere di rimanere a casa, o non fare le cose che voglio fare. Volevo che sentisse la frustrazione.
Volevo che capisse che tutto quello che chiunque altro riesce a fare con facilità, per me è un centinaio di piccoli lavori in uno. Ho bisogno di pensare al tempo, alla mia temperatura di quel giorno, e agli impegni di tutta la giornata prima di poter fare qualunque cosa. Se le altre persone possono semplicemente fare le cose, io devo creare un piano come si crea una strategia di guerra. E la differenza tra essere malato e sano sta proprio in questo stile di vita. E’ la bellissima capacità di non pensare e limitarsi a fare. Mi manca quella libertà. Mi manca il non dover mai contare i miei “cucchiai”.
Dopo esserci lasciate andare e parlato di questo per un po’, sentivo che era triste. Forse aveva finalmente capito. Forse si era resa conto che non avrebbe mai potuto veramente e onestamente dire di capirmi. Ma almeno adesso non avrebbe potuto lamentarsi così tanto quando non potevo andare fuori a cena certe sere, o quando non riuscivo ad andare a casa sua e doveva essere sempre lei a venire da me.
Le ho dato un abbraccio quando siamo uscite dal diner. Avevo un cucchiaio in mano e le ho detto “Non ti preoccupare. Io la vedo come una benedizione. Sono stata costretta a pensare a tutto quello che faccio. Sai quanti cucchiai sprecano ogni giorno le altre persone? Non ho spazio per il tempo sprecato, o “cucchiai” sprecati, e ho scelto di trascorrere questo tempo con te.”
Da quella sera, ho usato la teoria dei cucchiai per spiegare la mia vita a molte persone. In realtà, la mia famiglia e i miei amici ormai fanno riferimento ai cucchiai tutto il tempo. E’ diventata una parola in codice per descrivere quello che posso e non posso fare. Quando le persone capiscono la teoria dei cucchiai sembrano comprendere meglio me, ma penso anche che la loro vita sia un po’ troppo diversa dalla mia. E penso che questa teoria non aiuti a comprendere solamente il Lupus, ma chiunque abbia a che fare con una qualsiasi forma di disabilità o malattia.

Responsabilità

Respons-abilità significa "abilità di rispondere", non è un dovere. Quando l'altro ti invita tu entri e quando l'altro non ti invita non interferisci, non invadi.


♫ Goldfrapp: Felt Mountain

martedì 7 giugno 2016

Tossico a Lungo Termine

Sono così stanca da non riuscire a svegliarmi.
Ieri pomeriggio ho dovuto mio malgrado trascinarmi a letto perchè non riuscivo a sopportare nemmeno il peso del mio stesso corpo.
56 chili per uno e sessanta. Forse ormai qualcosa di meno.
Mangiare poco per diminuire il carico sulle articolazioni ti indebolisce.
Immunosoppressori, antiepilettici, talvolta cortisonici, antinfiammatori non steroidei, ti indeboliscono. Gli effetti collaterali a lungo termine, quando va bene, ti indeboliscono.
Su molti dei farmaci che prendo c'è una dicitura: "tossico a lungo termine". Mi auguro, e mi impegno e lotto per essere più tossica io.
La malattia ti indebolisce. Gli interventi chirurgici ti fiaccano.
E finisce che dormi e lotti per svegliarti. Ti senti risucchiare dal sonno. Come il non volerti risvegliare da un'altra dimensione che ti allaccia a sè. Il bisogno estremo di un corpo che fatica.
Poi capita qualcosa e senti il bisogno di giustificarti perchè non sei riuscita a svolgere un compito in maniera ottimale. E hai quella necessità di dirlo che no, non è colpa tua, che sei solo mortalmente stanca e che fai il possibile. Che in questa continua guerra quotidiana non esiste resa, ma ci sono momenti dove hai davvero bisogno di scavarti una trincea e riposare. Fino al prossimo attacco, fino alla prossima battaglia. Per essere funzionale, per rispondere meglio, perchè la vigilanza e la risposta sono essenziali in casi come questi.
Poi ti dici che NO, che ne hai avuto a sufficienza.
Sono stufa di dovermi giustificare per ogni mancanza che non dipenda da me e dalla mia volontà. Io ce la metto tutta, sempre. Butto il ferro a fondo in ogni cosa che faccio. E' caratteriale, è la mia volontà, la mia personalità. Sono fatta così.
 

Per molto tempo la mia decisione era stata quella di non parlare apertamente della mia malattia. L'ho sempre considerata un fatto personale, da escludere dalle cose che faccio, da tenere da parte.
E se ti ci metti d'impegno, se insisti, puoi anche ignorare questa cosa e relegarla al fondo della tua vita, sminuirla, svalutarla. Puoi trascinartela dietro come un peso morto, tu sempre due passi avanti a te stessa, ma per farlo dovrai sottostimarla.
E a un certo punto ti accorgi che questo è un meccanismo perverso e pericoloso.
Inizi a colpevolizzarti quando arranchi sulla tua strada, perchè non la vedi nemmeno la malattia tra te e i tuoi orizzonti.
Poi capita che parli con una delle persone che quasi venti anni fa ti ha rimesso in piedi dopo uno di quegli interventi chirurgici che ti obbligano a mesi di convalescenza, lotta e recupero fisico. "Servono testoline come la tua per far capire la differenza tra l'artrite reumatoide e altre cavolate. Servono testoline come la tua  per rendere le persone consapevoli di cosa sia.".
Ed è questa in fondo la ragione per cui ho iniziato a scriverne.
"Feel The Fear And Do It Anyway". Lo dice una persona che conosco poco, ma quel poco che conosco lo stimo profondamente. 
E mi sono detta: Proviamoci.
Forse è questo il modo per far cambiare la percezione delle cose.

 ♫ Radiohead: Optimistic

sabato 4 giugno 2016

Nota a Margine

"Nella morsa del materialismo spirituale e della noiosa superficialita' della corrente commerciale del -pensiero positivo- .... ahinoi ... Molti ritengono che pratica buona corrisponda a salute, successo e onori e che se si manifestano malattie e debolezze cio' sia segno di cattiva pratica e fallimento anche spirituale.
Mi pare invece che il segno di superficialita' spirituale sia la complicita' con la violenza passiva della strategia predatoria nel relativismo opportunista e la dispotica attitudine giudicante, separativa, biasimante che pretende il successo, il controllo ... che non vede a fondo e non consente il processo di depurazione e distillazione."

Anna Yeshe Dorje.
Amica e Traduttrice dal Tibetano (anche per il Dalai Lama)
Grazie.


 Amethystium: Ethereal

giovedì 2 giugno 2016

Sul Rispetto.

Ieri, per la prima volta, mi è capitato di sentir parlare di Scrivere con rispetto. Devo ringraziare la persona che lo ha fatto, non appena ne avrò la possibilità.
Un'attività "creativa" si chiama così per una ragione: perchè crea, ma soprattutto perchè "ci" crea. Come esseri, come persone.
E merita rispetto per la vita intrinseca che ha. Come fosse davvero un'entità vivente con un proprio respiro, la propria necessità di dormire, poi di svegliarsi e lavorare e riposarsi. Va nutrita e va curata, prchè poi quando sarà cresciuta e divenuta abbastanza forte, sarà lei a nutrire noi.
Quando ci viene affidata una cosa come questa, possiamo rispettarla e trattarla come merita. Oppure possiamo servircene e usarla. Ed essa si comporterà esattamente come una persona usata: si arrabbierà, metterà il muso e non ci parlerà più.
Ciao. Fine delle idee, idee partorite settimine, morte in culla, abortite, malate.
Lo stesso vale per la danza, per lo sport, per la musica. Per disegnare, studiare una lingua straniera, le usanze di un popolo, la storia dell'arte. Poi volare, navigare, camminare.
Non importa cosa facciate: prendetevene cura, abbiatene Rispetto e trattatela con amore, come fosse una persona. Non sbaglierete mai.

Dead can Dance: Return of the She King

mercoledì 1 giugno 2016

La Costituzione della Repubblica della Felicità

A Vilnius, in Lituania, c'è il quartiere di Uzupis. Che è un quartiere di Artisti con una Costituzione.
Ecco, è una cosa bellissima. A me piacciono particolarmente questi Articoli. Sono Sette, e "sette" per me è un numero particolare.


4. Tutti hanno il diritto di fare errori
5. Tutti hanno il diritto di essere unici
14. A volte si ha il diritto di essere inconsapevoli dei propri doveri
15. Tutti hanno il diritto di avere dei dubbi, ma non è obbligatorio
16. Tutti hanno il diritto di essere felici
17. Tutti hanno il diritto di essere infelici
27. Tutti devono ricordare il proprio nome


Qui c'è tutta la Costituzione del quartiere degli artisti, anche con una spiegazione che io eviterei perchè a volte le cose sono come quei sogni che si fanno senza capirne il significato. Poi magari passano mesi, eventi che scorrono disordinati e in un attimo quel sogno è la chiave per vederli tutti nella giusta prospettiva.
Questo succede perchè ogni Significante ha biogno del proprio Momento a cui legarsi. E' in questo modo che diventa Significato.

Gogol Bordello: Wonderlust King

giovedì 19 maggio 2016

Osa

"Osa diventare ciò che vuoi; osa essere al centro dell'attenzione". E ti schiaffano la pubblicità di uno dei gelati più ingonosi e di infima qualità che ci siano in circolazione.
Abbiamo talmente tanta fame di sentirci liberi, di essere noi stessi e di uscire dai ruoli che recitiamo, e talmente tanta paura di farlo che se ne è accorta perfino l'industria. Ci offre un rimedio a buon mercato: "osa essere libero: compra".
Mavaffanculo. E scusate il francese.


Marilyn Manson: New Model no 15

giovedì 12 maggio 2016

Prospettive

La felicità è l'incastro dell'attimo perfetto, in cui sei esattamente dove dovevi essere e tutto è al proprio posto.


M83: We Own the Sky

martedì 10 maggio 2016

The Day in Question

Probabile che per me le cose siano diverse, e che le mie verità stiano sparpagliate in giro tra terra, cielo, suoni, parole e immagini. 
Invidio chi trova un’unica risposta per tutte le proprie domande. 

The Smashing Pumpkins: Luna

martedì 19 aprile 2016

Abiti

E’ solo uno abbandonato sul divano accanto, in un’anonima sala d’attesa. Ha la faccia di un qualche tipo di rassegnazione che non riconosco.
Due parole per ammazzare il tempo. Prima che sia lui ad ammazzare noi.
"Tu sei molto… metal…"
Ha l’aria di Miranda Priestley de “Il Diavolo veste Prada” mentre lo dice. In effetti, lui porta qualcosa che ha pagato più di me.
Mi sale un sorriso di quelli che partono dalla stomaco prima di appiccicartisi alla faccia.
E' troppo intellettuale per sprecare tempo con abiti da poco. E ha capito tutto di me. Cioè che sono "metal". Dal fatto che quel giorno mi gira di tirare fuori all'armadio un giubbino di pelle: nero, cerniere, una enorme Union Jack cucita sulla schiena.
Che bello, penso. Se fosse inverno avrei messo il cappotto con gli alamari e i bordi di pelliccia, allora sarei Caterina di Russia. E la giacca militare con la passamaneria? Ecco, divento subito un Generale degli Ussari di Piacenza.
Lui invece indossa un'annoiata ostilità. Strutturata, giromanica imperfetto. Sdrucita e gli va pure stretta. Un modello di qualche anno fa, giurerei. Roba costosa, anche se sembra una tuta da ginnastica.
L'ho già notata nel modo in cui mi ha squadrato quando sono entrata. La radiografia di chi ha bisogno di catalogare le persone in simile o difforme. E io di simile non ho mai avuto niente. Nemmeno a volerlo.
Gli dico una battuta ma lui non coglie l'ironia. Arriccia il naso e tace. Si tira su la cerniera della sua annoiata ostilità fino a coprirsi la faccia.
Un po' mi viene da ridere e un po' mi dispiace. In uno scambio di tre parole abbiamo parlato solo di vestiti. Lui dei miei, io dei suoi. Che spreco.
Io il giubbino di pelle l'ho pagato poche decine di euro e me lo posso togliere quando voglio.
Il suo, di vestiti, non lo so mica da quanto è che non se lo leva. E non riesco a immaginare quanto gli sia costato.



Placebo: A Million Little Pieces

venerdì 15 aprile 2016

Dizionario di Marketing per Viadanesi

Riadattato e Scorretto da quello piacentino, che insomma io ho la doppia cittadinanza ma resto sempre una viadanese :P

Basic Consumer: pasgàt
Briefing: fà marcà
Meeting: salàm e cudghèn par toti
Product Placement: fà vàdar i film par radio
Braistorming: brisculòn cul lambròsc
Mass Marketing: mocia ad furb che s'i ciapa in màn na brasa, i la mola
Opinion Leader: col c'al sbraia cu la vùs c'l'at taia li sarvèli
Project Manager: magnaov e cagabali



Ps: la foto del cartello è autentica... la trovate alla periferia di Viadana. I Vampiri della Bassa, tutto intero col piccone e col badile, lo trovate qua:
http://delos.digital/9788865306734/i-vampiri-della-bassa

giovedì 14 aprile 2016

I Vampiri della Bassa esce con Delos

"I Vampiri della Bassa" esce in una nuova edizione con Delos Digital, potete acquistarlo su Delos Store.
Sono felice di annunciare questa bella notizia riguardante il mio romanzo, vincitore del Premio Nazionale Cittadella 2015.

-Pedar, agricoltore sessantenne sposato con “la Maura”, viene morso “sul culo” da un cane vampiro in una mattina di fine maggio.
La trasformazione in creatura sovrannaturale non tarda a subentrare, e da lì Sabbioni, la frazione del comune di Viadana (Mantova) in cui vive Pedar, comincia a essere teatro di avvenimenti sovrannaturali.
Tra la manifestazione di Grandi Antichi di lovecraftiana memoria, che scendono nella Bassa mantovana per utilizzare la locale bonifica per terribili fini; atterraggi di fortuna di alieni rettiliani con problemi psichiatrici; carpe mannare; maghe globalizzate; vampiri americani e vini che parlano, la Bassa non è più la stessa.
Ma i suoi abitanti sono spicci, svelti nell’usare le mani e poco inclini a speculare sui fenomeni paranormali. Possiedono una tecnologia avanzatissima (il badile) e una potentissima arma di distruzione di massa (il piccone) con i quali sistemano ogni problema, grazie all’aiuto dei nuovi, “esuberanti” poteri sovrannaturali dell’agricoltore-vampiro.
Nume tutelare della storia, presente pur senza mai essere citato direttamente, è un Giovannino Guareschi catapultato nella dimensione folle della contemporaneità, dalla quale la Bassa mantovana sembra uscirne indenne, capace com’è di mantenere intatto quel mondo contadino fatto di concretezza e saggezza spicciola.
Nuova edizione del volume vincitore del premio Cittadella 2015.-

http://delos.digital/9788865306734/i-vampiri-della-bassa

Il romanzo è ora disponibile nella nuova edizione Delos Digital.

Leggi l'anteprima dei racconti:

Per saperne di più:
Premio Cittadella 2015
Articolo "Il Sole 24 Ore"
Articolo "La Provincia" di Cremona
Articolo "Gazzetta della Bassa" 
Podcast del mio panel alla Deepcon17
Recensione a cura di "Mi Trovi tra le Righe" 
Recensione a cura di Paolo Lucciola

Copertina di Andrea Gatti

martedì 12 aprile 2016

Words

Ma bisogna assomigliare alle parole che si dicono, o dire parole che ci somiglino? Io sono per la seconda.
Radiohead: Where I End and You Begin

venerdì 8 aprile 2016

She's Lost Control (again)

Confusion in her eyes that says it all.
She's lost control.
And she's clinging to the nearest passer by,
She's lost control.
And she gave away the secrets of her past,
And said I've lost control again,
And of a voice that told her when and where to act,
She said I've lost control again.

And she turned around and took me by the hand
And said I've lost control again.
And how I'll never know just why or understand
She said I've lost control again.
And she screamed out kicking on her side
And said I've lost control again.

I could live a little better with the myths and the lies,
When the darkness broke in, I just broke down and cried.
I could live a little in a wider line,
When the change is gone, when the urge is gone,
To lose control. When here we come. 
 
 
Joy Division: She's Lost Control

mercoledì 6 aprile 2016

Metti una Segnalazione e un Podcast...

Oggi un postino (piccolo post) stringato ma ad alta densità.
La segnalzione, a cura di Fantascienza.com dell'antologia Alia Evo 2.0, alla quale partecipo con il racconto "Danza Macabra"
http://chiaranegrini.blogspot.it/2016/03/danza-macabra.html

e il podcast, a cura di Fantascientificast, del mio intervento a Fiuggi, durante la Deepcon 17, di cui ho già parlato qui e pure qui. Ci sono io, assieme a Flora Staglianò, e parliamo di cose serie come i licantropi e i carabinieri occultisti di Fabiana Redivo, vampiri della bassa e di quelle poche illustratrici che possono vantarsi di essere state pagate con una cassetta di carciofi. Buon divertimento.
http://www.fantasymagazine.it/22975/assegnati-i-premi-cassiopea-e-cittadella-2015

martedì 5 aprile 2016

Archeologia Personale

Quello che tu sei sotto la buccia delle abitudini resta lì. Non te ne liberi, è solo in una zona d'ombra sommersa. Operare un lavoro su di te è un tuffo in quella zona d'ombra. I reperti di chi sei escono dalla sabbia piano piano, uno ad uno. Vanno riportati in superficie, alla luce, ripuliti.
Non ti rendi mai davvero conto di cosa ci può essere ancora sepolto là sotto. Potrai stancarti di nuotare, e ti fermerai. Rischierai più volte di annegare. Dovrai fare attenzione agli squali, che ci sono anche quelli capaci di scivolare in acque basse, e stanno nascosti e te ne accorgi quando sono lì, tanto vicini da sentire l'odore della tua paura.
Ma laggiù ci tornerai sempre, fino a quando il tuo lavoro non sarà finito. Ci tornerai perchè piano piano, tra la stanchezza e l'aria che manca, liberata dalle alghe, una città intera inizia a prendere forma.
E ci tornerai soprattutto perchè quella città che stai liberando, sei Tu.




Sigur Ròs: Sæglópur

sabato 2 aprile 2016

La Giornata del Malato Reumatico Viadanese

La giornata del malato reumatico viadanese si ha ogni qual volta un malato reumatico viadanese si sveglia con l'elasticità articolare di Tutankhamon, in quello che la sera prima era un letto e adesso un sarcofago, con la lucidità di George Best dopo una sbronza e l'affabilità di Alien.
Il malato reumatico viadanese quindi si alza, tira due cancheri, pensa che la sera prima stava bene e ha lavorato fino all'una a "una roba che sta scrivendo", che se il malato reumatico viadanese è per sfiga uno scrittore, tutto quello che fa sono "robe che sta scrivendo", magari la lista della spesa ma chissenefrega, e tira altri due cancheri.
Barcolla fino alla sedia dei vestiti, ne aggiunge altri quattro di cancheri, raccatta i suoi vestiti scancherando che il peso dei panni fa male sull'articolazione infiammata del gomito; poi qualche anima pia per evitare che senta ulteriormente dolore (non è vero, è solo per limitare la dose di cancheri che si sente già il colonnato del Bernini che si scheggia e a Roma pensano sia arrivata l'ISIS) aiuta nella vestizione del Faraone che nel giorno del malato reumatico consta in una tutona dell'adidas di tre taglie più grande che nemmeno quelli di sessodrogaepastorizia.
Partono altri tre cancheri durante una discesa dalle scale che appare perfino Virgilio e ci dice "oh, ma m'èt ciamà té?", fa male un tendine che il malato reumatico vorrebbe avere un reumatologo-immunologo-ortopedico-fisioterapista intorno perchè ha voglia di tirare due cancheri anche a quel tendine lì ma non sa come cacchio si chiama. E sì, al malato reumatico, se è viadanese, gli girano molto anche i maroni, ma davvero tanto.
Un tempo temeva le reazioni di chi potesse vedere, pensare che meh, magari esagera, e adesso si dice "sticazzi arrangiatevi, quando magari capita pure a voi che l'artrite reumatoide si fa sempre in tempo a prenderla in media verso i 50 anni, ne riparliamo".
Arranca fino alla cucina, si schiaffa un bombardone da 25 mg di cortisone col caffelatte, 75 mg di roba per la tiroidite, altri 150 mg di cancheri e mezzo grammo di antinfiammatorio non steroideo perchè il vantaggio di un malato reumatico scrittore viadanese è che c'ha almeno un grammo di FANS al giorno, dispensati dal SSN.
Il malato reumatico viadanese, se c'ha l'assuefazione alla scrittura, attende un po' che il cortisone faccia effetto, poi quando gli steroidi iniziano a entrare in circolo facciamo che ci scrive sopra due righe che almeno ci passa il giramento di maroni.
Buona giornata del malato reumatico. Voi che leggete e che di tanto in tanto ve la vivete come me, capite benissimo cosa voglio dire. Gli altri mi credano pure sulla s-fiducia. A me non mi (voluto) cambia proprio niente.



Alice: Senza Cornice